Archive for gennaio, 2010

Il furto del TFR

Video-intervista pubblicata nel blog di Beppe Grillo al matematico ed economista Beppe Scienza dell’Università di Torino, il 27 dicembre 2009 della falsa cronologia.

Beppe Scienza ci fa un regalo per il nuovo anno. Un consiglio che salverà il valore del TFR per chi non l’ha ancora affidato ai fondi pensione. Passate parola a tutti i lavoratori, vostri colleghi o amici, di tenersi stretto il TFR nel 2010. Quando arriverà una busta verosimilmente arancione con la richiesta di spostare il TFR nei fondi pensione, rifiutate. Per raccattare qualche adesione in più ricorreranno probabilmente di nuovo alla formula del silenzio/assenso, nel qual caso dovremo ribadire per iscritto il nostro NO, onde evitare di cadere nella subdola trappola tesaci da chi intende cambiare le carte in tavola senza chiederci esplicitamente nulla.

Video

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Testo dell’intervista, emendato di alcuni refusi.

«L’ultima novità sul TFR ha suscitato molto sdegno, anche se in effetti non è la cosa più grave. La novità è che la Legge Finanziaria per il 2010 utilizzerà quei soldi che le aziende, anziché tenerli loro a fronte del TFR dei loro dipendenti, hanno dato all’Inps non è la cosa più grave, in quanto non tocca veramente la situazione dei lavoratori; purtroppo sono altre le cose che toccano o toccheranno o minacciano di toccare la situazione dei lavoratori.
La riforma bipartisan del TFR, decisa prima da Maroni e Tremonti con il governo Berlusconi e poi anticipata di un anno dal governo Prodi, è stata uno dei tiri più mancini tirati ai lavoratori italiani negli ultimi decenni.
Il vero inganno, il vero imbroglio, la vera falsità che viene diffusa dai vari economisti di regime è un’altra, ed è la base del discorso con cui si vuole convincere la gente a aderire alla previdenza integrativa e è questo discorso. Le pensioni saranno basse e quindi non sufficienti, per integrarle bisogna trasferire il TFR ai fondi pensione: bene, questa è una falsità bella e buona! Può anche darsi che le pensioni saranno basse, anche se è difficile prevedere tra 40 anni come saranno le pensioni, prevedere a distanza di 40 anni come saranno le pensioni, come saranno gli stipendi, come saranno i prezzi è praticamente impossibile. Ma anche se fosse vero che saranno basse, è falso che per avere una rendita aggiuntiva bisogna trasferire il TFR ai fondi pensione o a altri prodotti assicurativi: no, uno si tiene il TFR e, quando incassa la liquidazione, se vuole utilizza questa cifra per avere una pensione integrativa e, se quella cifra è più alta di quanto è rimasto invece a quel poveraccio che ha aderito a un fondo pensione, chi non ha aderito avrà una pensione integrativa più alta di chi ha aderito.
Ci sono dei campioni, nella non nobile arte di prendere in giro i lavoratori italiani che raccontano loro delle cose addirittura ridicole; prendo un esempio concreto, uno di questi campioni si chiama Marco Lo Conte ed è un giornalista de Il Sole 24 Ore, il bollettino quotidiano della Confindustria, in cui lui dice – cito da sabato 24 ottobre 2009 a pagina 4 di Plus24, il supplemento – che: “per chi non aderisce alla previdenza integrativa c’è la certezza roulotte, cioè la certezza di trovarsi, in vecchiaia, a vivere in una roulotte senza neanche il cibo per i gatti” e questo riguarderebbe 18 milioni tra i 23 milioni di italiani lavoratori dipendenti. Beh, dire che chi non aderisce alla previdenza integrativa è certo di finire a vivere in roulotte mostra soltanto che a Il Sole 24 Ore manca il senso del ridicolo.
Con il 2010 dovrebbero arrivare a tutti i lavoratori dipendenti delle buste, pare di colore arancione, ma l’aspetto cromatico è irrilevante, in cui si dice loro quale sarà presumibilmente la loro pensione. Il fine di queste buste arancioni è spaventare i lavoratori e indurli, spingerli a cosa? Ai fondi pensione o a altri prodotti assicurativi. Ecco, questo è quello che una persona prudente proprio non deve fare.
Dare i propri soldi ai fondi pensione vuole dire correre due rischi che con il TFR non si corrono: il primo rischio – e si è visto bene nel 2008 – è che un crack di mercati finanziari faccia scendere di valore quello che uno ha messo da parte; qui non si tratta di fallimenti, i fondi pensione non falliscono, anche i fondi comuni non falliscono, però possono perdere il 90% senza fallire. L’altro rischio che c’è è che riparta l’inflazione.
Quello che è sicuro è che, di fronte a entrambi questi due rischi, un crack dei mercati finanziari e il ripartire dell’inflazione, che magari possono anche capitare entrambi insieme, perché a volte le brutte notizie vengono insieme, chi si tiene il TFR è tranquillo, perché il valore del TFR non dipende dai mercati finanziari e, se viene l’inflazione, il TFR segue in maniera eccellente l’inflazione.
Ora, il ministro Sacconi ha più volte anticipato che: “si farà partire un nuovo periodo di silenzio /assenso“, cioè altri sei mesi in cui, automaticamente, se uno decide di no, i suoi soldi vanno nei fondi pensione.
Il TFR va bene per i lavoratori, va abbastanza bene per i lavoratori, va abbastanza bene per le aziende, però non fa guadagnare i banchieri, perché i lavoratori prendono i soldi dalle aziende e la banca non si mette in mezzo a fare la sua cresta; non fa guadagnare gli assicuratori, che non sono assolutamente nel gioco, non va guadagnare i gestori di fondi perché non gestiscono niente, non fa guadagnare i sindacati, perché non hanno a da mettere i loro uomini, come invece li mettono, nei fondi pensione per la gestione dell’amministrazione, non fa guadagnare i funzionari della Confindustria e delle altre organizzazioni del patronato, che invece nei fondi pensione mettono anche loro i propri uomini, non fa guadagnare i docenti universitari, non fa guadagnare gli economisti, perché il TFR va avanti per conto suo e gli economisti non possono fare consulenze, non possono essere nei consigli di amministrazione dei fondi pensione, non possono guadagnarci sopra. Insomma, il TFR è una cosa che va bene soltanto ai lavoratori e alle aziende, non fa guadagnare gli altri e gli altri hanno cercato di distruggerlo. Per fortuna non ci sono ancora riusciti!»

Il Massimo dell’oligarchia. Se la politica dimentica la lezione morale dell’azionismo

di Giovanni Perazzoli (12 gennaio 2010 della falsa cronologia)

Ci sono buone ragioni per respingere l’analogia che D’Alema ha istituito tra la sua posizione di dialogo sulle riforme con Berlusconi e quella di Togliatti sui Patti Lateranensi. Tuttavia, c’è un punto molto importante, a proposito di politica elitaria, giudizio sull’azionismo e analogie tra presente e passato nelle scelte delle classi dirigenti della sinistra, che, nell’attenzione a marcare le differenze, è restato in ombra e che, invece, bisogna mettere in luce perché rimanda a una delle cause più importanti della crisi morale e civile italiana.

La vecchia critica di elitarismo rivolta all’“azionismo” è stata spesso ripetuta da D’Alema. Va osservato che, per D’Alema, l’azionismo è una categoria generalissima, una specie di forma negativa dello spirito politico, che ammorberebbe, in particolare, gli intellettuali italiani. Dal punto di vista storico e politico, il discorso sull’azionismo è naturalmente assai complesso e non può essere trattato in poche parole. Tuttavia, mi pare importante mettere in luce ciò che la cultura politica che si esprime nella critica di D’Alema (e non solo sua) ha sempre lasciato sullo sfondo, e di cui oggi vediamo le drammatiche conseguenze.

In realtà, l’azionismo, inteso proprio come categoria generalissima, assume di riferirsi a ciascun individuo come a un soggetto capace di giudizio e di volontà morale. Dunque, il contrario dell’elitarismo.
Ad essere elitaria è stata, invece, la politica che, a partire da Togliatti, si è perpetuata nel Pci e in chi si richiama ad essa come a un modello. In realtà, però, questo non è uno stile politico specifico della dirigenza comunista o di Togliatti, perché lo è, in generale, dei sistemi autoritari e poco o niente affatto democratici.

Elitaria, nel senso specifico, è la politica che si costituisce come un accordo tra elite. Che cosa è stata l’accettazione del Concordato da parte di Togliatti (e del Pci) se non un accordo tra élites? Il Pci e il Vaticano; il Pci e la Dc. La storia politica italiana del dopoguerra, più che in altri paesi europei, si è spesso risolta in un accordo tra élites, che non ha contribuito alla formazione di una coscienza civile nazionale. L’elitarismo, quello vero, non si rivolge, infatti, a individui, ma a “masse” da assecondare e governare, in cui i cittadini non sono individui ma “cattolici”, oppure “classe operaia”.

Si lamenta che gli italiani non hanno la tempra morale necessaria per scrollarsi di dosso lo scempio di Berlusconi e della sua corte. Ma l’indebolimento morale degli italiani ha una storia lontana. Viene proprio da quella politica elitaria e di élites, che ha sempre offerto un modello, più che di “realismo”, di cinismo. Che ha guardato al “popolo” attraverso il “credo” di partito, cattolico o comunista, con la relativa casta di sacerdoti, che si è sempre sentita autorizzata ad essere superiore alla legge e interprete delle ragioni profonde storiche e morali. Altro che intellettuali astratti! Questo cinismo provinciale ha prodotto un’allucinata e astratta classe politica, e un paese corrotto e passivo. Privo di una “religione civile”, il nostro paese è sprofondato nei suoi mali di sempre, con un eccezionale sfoggio di cafoneria. Che forse l’elitarismo azionista ci avrebbe evitato.

Il grande manifesto contro l’oligarchia partitica che è la famosa intervista di Berlinguer con Scalfari sulla questione morale, è forse l’ultima grande analisi che un uomo politico abbia prodotto in Italia. Ma anche quell’analisi – così lucida, attuale e, direi, eretica e isolata – è restata inerte. Ed è restata inerte appunto perché la politica elitaria, e poi di casta, del partito (e dei partiti) si è dimostrata assai più forte. Berlinguer, si è detto, era un moralista fuori del mondo. Ma fuori da quale “mondo”?

Le parole di Berlinguer avrebbero potuto essere quelle (moralistiche e astratte, naturalmente) di un’azionista. In realtà, e forse questo, in qualche modo, viene incontro al giudizio di D’Alema, l’azionismo del Partito d’Azione ha espresso una posizione politica di carattere europeo, che poche speranze aveva di sopravvivere in un contesto italiano dominato dalle visioni totali e autoritarie del cattolicesimo e del comunismo e dei loro relativi partiti. La continuazione di questa politica elitaria si è trasformata fatalmente in politica di casta.

Adesso l’oligarchia vuole dedicare una strada a Bettino Craxi. Il Riformatore, l’Innovatore. Bisogna prestare attenzione alle motivazioni di una tale surreale decisione, che, declinate al passato remotissimo, vanno a pescare nella lontana opposizione tra riformisti e massimalisti (ci manca solo un riferimento a Bernstein!). Un po’ poco originale, come “sovrastruttura”. Ma è solo dal profondo della provincialità, a cui le nostre “classi dirigenti” hanno condannato l’Italia, che si può credere che Bettino Craxi possa aver avuto a che fare con il riformismo o con la socialdemocrazia europea.

In realtà, Craxi ha portato i socialisti sempre di più dentro l’oligarchia, distruggendo, più che sviluppando, i margini di possibilità che il partito socialista avrebbe potuto avere di incarnare, in Italia, una forma moderna di sinistra europea o di coadiuvarne la nascita. E appunto, l’inizio poteva far sperare di meglio, visto che i socialisti, insieme agli azionisti e ai repubblicani e a una parte dei liberali, votarono contro il riconoscimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione. Anni dopo, fu Craxi a rinnovarli.

Che cosa la politica cinica ed elitaria abbia lasciato dei valori ideali della sinistra lo possiamo vedere, del resto, in Calabria.
Per anni si è tollerata (per essere ottimisti) la schiavitù in una regione governata, tutto sommato, dal centro-sinistra. In nessuno stato europeo una situazione simile sarebbe stata possibile. In Francia gli immigrati (di seconda o terza generazione) si sono rivoltati dalle loro banlieues – con acqua, luce e servizi – mantenuti, se necessario, dai sussidi di disoccupazione (come tutti gli altri cittadini francesi), istruiti nelle scuole; in Italia si sono rivoltati dai silos di metallo, dalle catapecchie, tra topi, fango e campi di lavoro da schiavi. E sono gli unici che si ribellano contro le mafie.

La politica di casta della sinistra, che è l’altra faccia dell’autoritarismo, ha lasciato, più che dei valori o degli ideali, un senso di appartenenza retorico, cavilloso e sterile. Poco o niente sembra essere rimasto, invece, nella coscienza di questo paese, almeno a giudicare dai grandi numeri, delle lotte più importanti. Poco è rimasto delle lotte dei braccianti, poco della lotta per la legalità, poco dell’uguaglianza e dei diritti dei lavoratori.

E bisognerebbe aggiungere, a proposito di élites e di politica elitaria, che, al di là del tanto celebrato consenso popolare, Berlusconi non avrebbe mai potuto mantenere il potere che ha, senza la compiacenza proprio di quelle élites – economiche, religiose, politiche, dell’informazione etc. – a cui, evidentemente, poco o nulla interessa della democrazia e della vita morale di questo paese. Lo strapotere televisivo di Berlusconi, senz’altro importante, non deve far dimenticare l’ovvio: che in un paese complesso e articolato non si fa molta strada senza il consenso di tanti altri poteri.

Fonte

Il regime militare del partito dell’amore

Intervista di Marco Travaglio a Barbara Spinelli (08 gennaio 2010 della falsa cronologia)

“Se la politica italiana fosse un film, questo inizio di 2010 lo intitolerei Le conseguenze dell’amore. Il regime c’è da tempo. Ma ora si sta consolidando e inasprendo alla maniera classica dei totalitarismi: introducendo nella politica la categoria del sentimento per cancellare qualunque normalità democratica, qualunque ordinaria dialettica fra maggioranza e opposizione, fra governo e poteri di controllo e di garanzia. Il Capo pretende di essere amato, anzi adorato e, dopo l’attentato di Piazza Duomo, gioca sui sentimenti dei cittadini per ricattarli: ‘Chi non è con me è contro di me. Chi non mi adora mi odia’”. Barbara Spinelli non si è mai sottratta alle regole ferree del dizionario: ha sempre chiamato “regime” il berlusconismo. Ma ora vede un’altra svolta, una cesura estrema, un salto in avanti verso il baratro.

Qual è precisamente questa svolta di regime nel regime?

Nella testa di Berlusconi l’attentato di Piazza Duomo ha creato un prima e un dopo. Dopo, cioè oggi, nulla può più essere come prima. Si sente in guerra, anche se combatte da solo. E con il dualismo amore-odio crea una situazione militare: l’immagine del suo volto sfregiato e insanguinato, riproposta continuamente in tv e sui giornali, è per lui l’equivalente dell’attentato alle due Torri per Bush. Stessa valenza, stessa ossessività, stesso scopo ricattatorio. Con la differenza che, dietro l’11 settembre, c’era davvero il terrorismo internazionale. Dietro l’attentato a Berlusconi c’è solo una mente malata e isolata.

Qual è la conseguenza politica?

L’attentato al premier ha ancor di più narcotizzato la stampa italiana, che ha rapidamente interiorizzato il ricatto dell’amore e dell’odio. E il Pd dietro. Viene bollata come espressione di odio da neutralizzare, espellere, silenziare qualunque voce di opposizione intransigente. Cioè di opposizione. Tutti quei discorsi sul dovere del Pd di isolare Di Pietro. A leggere certi quotidiani, ci si fa l’idea che il vero guaio dell’Italia degli ultimi 15 anni non sia stato l’ascesa del berlusconismo, ma quella dell’antiberlusconismo. Quanti editoriali intimano ogni giorno all’opposizione di non odiare, cioè in definitiva di non opporsi! Come se l’azione isolata di un imbecille potesse e dovesse condizionare l’opposizione. Un ricatto che si riverbera anche sugli articoli di cronaca.

A che cosa si riferisce?

Alla strana indifferenza con cui si raccontano alcune scelte mostruose, eversive della maggioranza che inasprisce il suo regime senza più critiche né opposizione. Penso alle tre o quattro leggi ad personam fabbricate in queste ore nella residenza privata del premier. Penso all’orribile apposizione del segreto di Stato sugli spionaggi illegali scoperti dalla magistratura in un ufficio del Sismi e nell’apparato di sicurezza Telecom. A salvare con gli omissis di Stato gli spioni accusati di avere schedato oppositori, giornalisti e magistrati sono gli stessi che un anno fa creavano il mostro Genchi, dipingendolo come una minaccia per la democrazia, trasformando il suo presunto ‘archivio’ in una centrale eversiva.

E Genchi operava legalmente per procure e tribunali, al contrario delle barbe finte della Telecom e del Sismi.

Appunto, ma nella smemoratezza generale, facilitata dalla narcosi della stampa (per non parlare della tv), nessuno ricorda più nulla. Nessuno è chiamato a un minimo di coerenza, né di decenza. I sedicenti cultori della privacy che strillano a ogni legittima intercettazione giudiziaria tentano di controllare addirittura il cervello e i sentimenti del comune cittadino col ricatto dell’‘odio’. Fanno scandalo le intercettazioni legali, mentre lo spionaggio illegale viene coperto dal governo. Così il segreto di Stato diventa un lasciapassare preventivo a chiunque volesse tornare a spiare oppositori, giornalisti e magistrati. ‘Fatelo ancora, noi vi copriremo’, è il messaggio del regime. ‘Le operazioni illegali diventano legali se le facciamo noi’: un avvertimento per quel poco che resta di opposizione e informazione libera. E il Pd e i giornali ‘indipendenti’ non dicono una parola, soggiogati dalla sindrome di Stoccolma.

Che dovrebbe fare, in questo quadro, l’opposizione?

Vediamo intanto che cosa dobbiamo fare noi con l’opposizione: smettere di chiamarla opposizione. Diciamo ‘quelli che non governano’. Gli daremo la patente di oppositori quando ci diranno chiaramente che cosa intendono fare per contrastare il regime e cominceranno seriamente a farlo. Se è vero che Luciano Violante segnala addirittura al governo le procure da far ispezionare, se Enrico Letta difende il diritto del premier a difendersi ‘dai’ processi, se altri del Pd presentano disegni di legge per regalare l’immunità-impunità a lui e ai suoi amici, chiamarli oppositori è un favore. Li aspetto al varco: voglio sapere chi sono e cosa fanno.

Ellekappa li chiama “diversamente concordi”.

Appunto. Non si sono nemmeno accorti dello spartiacque segnato dall’attentato nella testa di Berlusconi, fra il prima e il dopo. Non hanno neppure colto la portata ricattatoria dell’ultimatum del premier perché le nuove leggi ad personam vengano approvate entro febbraio, altrimenti ‘le conseguenze politiche non saranno indolori’. Nessuno ha nulla da dire contro questo linguaggio da mafioso ai vertici dello Stato? Perché nessuno fa dieci domande su quella frase agghiacciante? E’ il Partito dell’Amore che si esprime così?

Che dovrebbe fare l’opposizione per essere tale?

Rendersi graniticamente inaccessibile a qualsiasi compromesso sulle leggi ad personam. Evitare di reagire di volta in volta sui piccoli dettagli, ma alzare lo sguardo al panorama d’insieme e dire chiaro e forte che siamo di fronte a una nuova svolta, a un inasprimento del regime. E respingere pubblicamente, una volta per tutte, questo discorso osceno sull’amore-odio.

Tabucchi invita le opposizioni a coinvolgere l’Europa con una denuncia che chiami in causa le istituzioni comunitarie.

Sull’Europa non mi farei soverchie illusioni: basta ricordare i baci e abbracci a Berlusconi negli ultimi vertici del Ppe. Io comincerei a dire che con questo tipo di governo non ci si siede a nessun tavolo, non si partecipa ad alcuna ’convenzione’, non si dialoga e non si collabora a cambiare nemmeno una virgola della Costituzione. Oddio, se vogliono ridurre i deputati da 630 a 500 o ritoccare i regolamenti, facciano pure: ma non è questo che interessa a Berlusconi. Come si fa a negoziare sulla seconda parte della Costituzione con chi, vedi Brunetta, disprezza anche la prima, cioè i princìpi fondamentali della nostra democrazia? Anziché dialogare con Berlusconi, quelli del Pd farebbero meglio a guardare a Fini, provando a fare finalmente politica e lavorando sulle divisioni nella destra, invece di inseguire, prigionieri stregati e consenzienti, il pifferaio magico. Spesso in questi mesi Fini s’è mostrato molto più avanti del Pd, che l’ha lasciato solo e costretto ad arretrare.

Perché, con la maggioranza che ha, il Cavaliere cerca il dialogo col Pd?

Anzitutto per un’irrefrenabile pulsione totalitaria: lui vorrebbe parlare da solo a nome di tutto il popolo italiano, ecco perché l’opposizione dovrebbe dirgli chiaramente che più della metà degli italiani non ci sta. E poi c’è una necessità spicciola: senza i due terzi del Parlamento, le controriforme costituzionali dovrebbero passare dalle forche caudine del referendum confermativo: e l’impunità delle alte cariche o della casta, per non parlare del lodo ad vitam di cui parlano i giornali, non hanno alcuna speranza di passare. Dunque è proprio sulla difesa della Costituzione e sul no a qualunque immunità che il Pd dovrebbe parlar chiaro. Invece è proprio lì che sta cedendo.

L’ha soddisfatta il discorso di Napolitano a Capodanno?

Mi ha impressionato più per quel che non ha detto, che per quel che ha detto. Mi aspettavo che, onorando i servitori dello Stato che rischiano la vita, non citasse solo i soldati in missione, ma anche i magistrati che corrono gli stessi rischi anche a causa del clima, questo sì di odio, seminato dalla maggioranza. Invece s’è dimenticato dei magistrati persino quando ha elencato i poteri dello Stato, come se quello giudiziario non esistesse più.

Perché, secondo lei, tutte queste dimenticanze?

È una lunga storia…Chi è stato comunista a quei livelli non ha mai interiorizzato a sufficienza i valori della legalità, della giustizia, dei diritti umani. Quando poi i comunisti italiani, caduto il Muro, hanno cambiato nome, sono diventati socialisti, e all’italiana: cioè perlopiù craxiani. Mentre la cultura socialista europea ha sempre difeso la legalità e la giustizia, il socialismo italiano degli anni ’80 e ‘90 era quello che purtroppo conosciamo. E chi, da comunista, è diventato craxiano oggi non può avvertire fino in fondo la violenza di quanto sta facendo il regime.

Ora si apprestano a celebrare il decennale di Craxi.

Mi auguro che il presidente della Repubblica non si abbandoni a festeggiamenti eccessivi. E non ceda alla tentazione di associarsi a questa deriva generale di revisionismo e di obnubilazione della realtà storica sulla figura di Craxi. Anche perché la riabilitazione di Craxi non è fine a se stessa: serve a svuotare politicamente e mediaticamente i processi a Berlusconi e a tutti i pezzi di classe dirigente compromessi con il malaffare. Riabilitano un defunto per riabilitare i vivi. Cioè se stessi.

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